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Intervista a Mondo Marcio: “Una musica nera e giovane in un paese bianco e vecchio”

In un gelido martedì pomeriggio, presso la sede milanese della Universal Music Group abbiamo incontrato Mondo Marcio nell’ambito della “Round Table” di presentazione per il nuovo album, l’attesissimo “La Freschezza del Marcio” in arrivo l’11 marzo.

Gentile e disponibile durante l’ora e mezza passata in sua compagnia assieme ai membri di altri portali/giornali/siti, abbiamo cercato di sapere qualcosa in più sul suo nuovo lavoro, ponendo l’accento sulla ricerca stilistica e la maturità del suo personaggio, fino ad arrivare a qualche curioso retroscena. Questo è ciò che ci ha raccontato.

 

Per prima cosa, complimenti: l’album ci è piaciuto tantissimo. Dov’è stato scritto e quanto tempo è durata la lavorazione del disco?

Il lavoro di produzione è durato circa un anno e mezzo, e si è svolto principalmente tra Milano, Londra e New York.

“La Freschezza del Marcio” è un album profondamente diverso da “Nella Bocca della Tigre”, la tua ultima uscita, incentrato sulla voce di Mina. Possiamo dire che quello fosse un album concepito per distinguersi, una sorta di apoteosi di quella tua capacità – quasi unica nel panorama italiano – di utilizzare la canzone italiana per fare hip-hop, mentre quest’ultimo lavoro rappresenta più un modo per far sentire pesantemente la tua presenza “nel gioco”, arrivare a più persone e, perché no, allargare ulteriormente il tuo seguito?

Non la vedo esattamente in questi termini. Il disco con Mina è stato di certo un’eccellente parentesi, ma la genesi di questo album è più che altro legata al bisogno di trovare nuovi stimoli, che mi ha portato a tornare alle mie radici. Il rock, il soul e la musica Motown degli anni ’60 hanno avuto un’enorme influenza su di me, e la mia ricerca per il suono di questo disco è legata proprio a quei generi. Quando lavori per molto tempo nella musica, può capitare che la noia, a volte, prenda il sopravvento, per cui può essere d’aiuto fermarsi un attimo e lasciarsi sopraffare dai ricordi dell’infanzia, gli anni della crescita. E’ in questa direzione che ho lavorato.

L’album è ricco di featuring, ci sono molti tra i rapper italiani più in vista degli ultimi anni, e si tratta per te di una cosa abbastanza insolita, dal momento che avevi chiamato tanti ospiti solo in “Cose dell’Altro Mondo”. C’è un motivo particolare alla base di questa scelta diametralmente opposta rispetto al passato?

Non c’è stato nulla di pianificato, la maggior parte di queste cose avviene per caso. Ho fatto canzoni con altri artisti che non sono finite nella tracklist finale di questo album, ma poco importa. Era fondamentale dare a questo lavoro una sua forma, facendo le dovute scelte.

Una delle probabili hit del disco è il pezzo con Fibra. Chi segue la scena italiana da tempo ricorderà una vostra vecchia collaborazione sulla leggendaria “Abbi Fede”, per la quale avevi curato il beat. Siete stati tra i primissimi rapper mainstream d’Italia, com’è possibile che le vostre strade non si siano incrociate più frequentemente?

Io e Fabrizio ci conosciamo da tantissimo tempo, da quando eravamo entrambi nel circuito indipendente, alla Vibrarecords. Tornare in studio con lui è stato possibile solo grazie al giusto allineamento artistico che si è creato tra di noi. E’ stato quasi dovuto. Io dico sempre che gli artisti possono paragonarsi a dei pianeti, che orbitano in un universo sterminato e che, a volte, riescono ad incontrarsi, ed è così che è stato con Fibra. Ci sono stati i giusti presupposti, ecco. Dieci anni fa volevo fare cose diverse, e credo che lo stesso valesse per lui, ma ora siamo riusciti a lavorare insieme ed è andata alla grande. Un domani potremmo incontrarci di nuovo oppure mai più, chi può dirlo?

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Il video del primo singolo è stato girato nel quartiere Barona, a Milano. Questa location ha suscitato la reazione di Marracash, che in Barona è cresciuto e lo ha sempre rivendicato nei testi, facendone, in un certo senso, un tratto distintivo. Su Twitter, Marra ha scritto di questo particolare in maniera polemica, sottolineando che le panchine che si vedono nel tuo video sono le stesse sulle quali ha passato l’adolescenza. Ovviamente, la vicenda ha attirato l’attenzione, suscitando diverse reazioni sul web: c’è chi dice che tu l’abbia fatto apposta per provocarlo e che lui ci sia cascato in pieno, permettendoti di farti promozione. Ti senti di smentire queste voci o un fondo di verità c’è?

Non vedo tutta questa pubblicità. In fin dei conti, parliamo soltanto di qualche tweet, non c’è nessuna storia dietro. Non so nemmeno io come definire bene questa vicenda, ma mi piace che la gente ne parli perché crea un dialogo, ed è questo di cui c’è molto bisogno all’interno di un contesto artistico.

Nella title track, “La Freschezza del Marcio”, il ritornello ricorda “What’s Your Number?” dei Cypress Hill, E’ una sorta di tributo o ci siamo fatti solo un viaggio mentale?

No, è stato casuale. D’altronde, si dice che “tutta la musica è già stata scritta”, quindi è normale che un pezzo possa ricordarne un altro. Quel brano l’ho scritto mentre mi trovavo a New York. Ricordo che ero nella mia camera d’hotel, dilaniato dal jet lag, e non sapevo bene cosa fare. Decisi di accendere la televisione e, facendo zapping, mi capitò di beccare una vecchia replica della serie Starsky & Hutch. Fu così che mi venne l’idea di portare un po’ di atmosfera poliziesca all’interno del pezzo, con il suono delle sirene e tutto il resto. E’ stato molto particolare.

 

Non hai ancora compiuto trent’anni, ma sei a tutti gli effetti un veterano, avendo visto e soprattutto vissuto in prima persona l’evoluzione culturale di questo fenomeno chiamato hip-hop. Quale credi sia, al 2016, lo stato di salute della scena italiana? Credi che l’hip-hop si sia ormai consolidato nell’immaginario collettivo e sia qui per restare, oppure può ancora essere percepito come una moda destinata a passare?

Credo che il problema di base sia proprio considerare l’hip-hop un “fenomeno”. Il fenomeno, per definizione, ha vita breve, e questo modo di additare l’hip-hop può ancora confondere molti. Ci vorrà ancora un po’ per convincere le persone che si tratta di qualcosa di serio, anche se ormai parliamo di un genere che possiamo considerare nazional-popolare. Manca ancora una sincera curiosità da parte degli ascoltatori occasionali. C’è bisogno di andare oltre Fedez, ma sono sicuro che, a furia di rompere le balle, questo concetto passerà. Resta fondamentale, comunque, che ci sia il giusto mix etnico: il rap si propone come musica nera giovane, mentre l’Italia è un paese bianco e vecchio. Senza l’apertura verso mondi diversi dal nostro, non si va da nessuna parte.

I primi feedback sui primi due video e la tracklist sono stati estremamente positivi. Te l’aspettavi o è stata una sorpresa? A questo punto, cosa ti aspetti da questo disco, sia in termini di critica che di numeri?

E’ ancora troppo presto per parlare di risultati, e sinceramente non ci penso. Ciò che mi aspetto, comunque, è di buttare giù le barriere, perché in Italia si fa ancora molta fatica a comprendere un artista nella sua libertà espressiva. Appena raggiungi un certo livello, cercano subito di catalogarti, ma non è questo ciò che voglio. Ciò che davvero conta per me è uscire dai soliti stereotipi del rapper classico, riportare la musica strumentale in un contesto hip-hop e, fin dov’è possibile, avvicinare le persone. Questa è la grande forza della musica ed è ciò che io mi propongo di fare con il mio contributo.

 

Intervista condotta e redatta da Claudio Spagnuolo aka Klaus Bundy

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